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Articolo del 2007, Giugno

Aspetti psicologici e relazionali relativi alla sicurezza sul luogo di lavoro

Autore: Dott. Massimo Colombo
massimoc75@yahoo.com

Negli ultimi anni uno degli argomenti più dibattuti in psicologia del lavoro è quello della sicurezza, sia rispetto ai grandi cambiamenti organizzativi (ristrutturazioni, mutamenti tecnologici, nuove concezioni sull'utilizzo del personale) sia per l'interesse, sempre maggiore, che è rivolto al tema delle risorse umane.
È opportuno sottolineare la duplice valenza del concetto di sicurezza sul lavoro: da un lato, infatti, ci si riferisce alle condizioni dell'ambiente lavorativo, obiettive e controllabili, che influenzano il numero di infortuni e il benessere fisico dei dipendenti, dall'altro si fa riferimento alla sicurezza così come è percepita dai lavoratori. Ciò è ben esemplificato dalla distinzione in lingua inglese tra le parole safety e security, dove la prima è vista come un concetto oggettivo che rimanda alla reale presenza o assenza di pericolo, mentre l'altra si può definire come la soggettiva percezione del rischio.

La psicologia del lavoro ha da sempre affrontato il problema delle malattie professionali e degli infortuni sul lavoro in chiave preventiva e non curativa, tentando di trovare delle teorie generali che consentano di mettere a punto dei provvedimenti operativi, con lo scopo di limitare i rischi prevenendoli.
Una veloce e ampia rassegna su gran parte degli studi effettuati ha messo in luce come il tema della sicurezza sia stato affrontato nel corso degli anni e quali possibili soluzioni siano state individuate.
I primi approcci si sono focalizzati sulla predisposizione statistica di alcuni dipendenti all'infortunio e sull'imperativo di addestrare gli individui ad adattarsi alla struttura organizzativa e all'ambiente lavorativo.
Successivamente si è passati a una teoria generale della sicurezza sul lavoro, intesa come parte integrante di una più ampia teoria del comportamento umano, e non come divisione degli uomini in buoni e cattivi, adatti e non-adatti al compito.
Si è giunti così a definire un modello ergonomico in cui è centrale il rapporto ottimale tra l'uomo e l'ambiente, secondo uno schema che vede alla base le motivazioni, le attitudini e le capacità degli individui e, come punto di arrivo, il rendimento, la soddisfazione e il benessere. Il conseguimento di tale risultato passa necessariamente attraverso il sistema uomo-ambiente, cioè la rete di rapporti che intercorrono tra il lavoratore e gli oggetti del suo lavoro, gli altri dipendenti, l'organizzazione, il clima aziendale e l'istituzione. In quest'ottica spetta sempre all'azienda favorire queste relazioni intermedie, creando le condizioni di lavoro ottimali per la prevenzione degli infortuni: attualmente, gran parte della normativa nazionale e comunitaria in tema di anti-infortunistica sembra riconducibile a questo paradigma.

Tuttavia, alla luce dei dati recenti relativi alle morti e agli incidenti sul lavoro, anche il modello ergonomico non appare in grado di eliminare né di ridurre significativamente il problema degli infortuni.
Queste nuove acquisizioni inducono l'opportunità di uno spostamento nel "locus of control" che da esterno, cioè delegato all'azienda, dovrebbe spostarsi all'interno del gruppo di lavoro. Alcuni recenti studi empirici hanno infatti verificato che l'aumento degli incidenti sul lavoro è positivamente correlato con l'alienazione e la mancanza di coesione nell'equipe lavorativa. Al modello ergonomico si è quindi affiancato un approccio centrato sul piccolo gruppo, perché si è visto come un'equipe ristretta che progetta il proprio lavoro vada incontro a un numero minore d'infortuni.
In particolare, si è osservato che nei gruppi dove c'è buona comunicazione, stima e considerazione reciproca, l'attenzione alla sicurezza propria e altrui ne esce potenziata. I piccoli gruppi infatti, se da un lato causano una diminuzione della responsabilità individuale (la colpa può essere facilmente scaricata sul collettivo), dall'altro aumentano in maniera significativa la desiderabilità sociale di elementi come gli strumenti di protezione, la cooperazione e l'osservanza delle norme di sicurezza.
Appare quindi di fondamentale importanza favorire l'instaurarsi di un clima positivo all'interno del gruppo, in cui le relazioni fra gli individui siano basate sulla cooperazione e la solidarietà, e non solo sulla competitività. Un buon clima aziendale e il benessere individuale che ne deriva concorrono ad aumentare la security, cioè la chiara percezione di ciò che si sta facendo e la conseguente accettazione dei rischi connessi.
Riassumendo, sembra necessario che ciascun lavoratore diventi parte attiva nel processo di creazione del benessere aziendale sia contribuendo alla diminuzione del rischio oggettivo di pericolo sia, nello stesso tempo, affinando il sentimento di sicurezza soggettivo: tale operazione è possibile solo all'interno di un clima sereno, attraverso il confronto, il controllo e l'aiuto reciproco.

In conclusione, sono essenzialmente tre gli elementi su cui lavorare per prevenire gli infortuni sul lavoro: occorre un'attenta valutazione delle reali situazioni di pericolo, una particolare attenzione ai lavoratori e alle componenti fisiologiche, sociologiche e psicologiche che influenzano il verificarsi di incidenti e, soprattutto, è necessario comprendere la dimensione intersoggettiva e imparare a utilizzare in maniera proficua, anche all'interno del gruppo di lavoro, i sentimenti di appartenenza, solidarietà e partecipazione.



Si ringrazia il dott. A. Consonni per la collaborazione nell'analisi delle ricerche sul tema.

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